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Avventure dolomitiche

Un racconto di Marcello Cominetti

Ho una felpa verde scolorita dal tempo e da tutto il sole che ha preso. A forza di lavarla si è un poco rimpicciolita ma la uso ugualmente anche se le maniche sono un po’ corte.

Non l’ho comprata ma trovata nel 1990 su un piccolo terrazzo di una parete rocciosa delle Dolomiti, lasciata lì da chissà chi in circostanze, immagino, drammatiche.

L’ho sempre usata molto e più la uso più si ammorbidisce standosene piacevolmente addosso. Nel 1998 a Kathmandù l’ho fatta tatuare, visto che a me i tatuaggi addosso non piacciono ho fatto tatuare lei, o meglio, le ho fatto ricamare sulla schiena un disegno molto psichedelico dove si mescola di tutto, che mi piace molto.

 

Quel giorno di agosto ero sulle Tre Cime di Lavaredo a guidare lungo la via Helversen due amici che sono miei clienti da anni. Lui ultrasessantenne ben messo fisicamente, lei un po’ cigolante, nonostante avesse qualche anno meno di lui. Entrambi bruciati dalla passione per l’alpinismo.

La via risale facili fessure sulla Cima Piccola nella prima metà esposta a sudest per poi raddrizzarsi nella seconda dove svolta sul versante nord, freddo e lugubre, ma con bella roccia e passaggi divertenti.

Dopo un paio di lunghezze di corda ricordo di avere sostato sul terrazzo dove ho visto la felpa. Imbevuta dell’acqua caduta nella notte precedente, sembrava uno straccio. Sul terrazzo brandelli di nylon resti di confezioni di medicinali e sangue. Pozze ricolme di sangue e acqua e qua e là grumi di materia dall’aspetto organico.

Scoprirò dopo che c’era stato un grave incidente dove una persona aveva perso la vita cadendo dalla parete e fermandosi proprio su quel terrazzino.

I miei due compagni di cordata stavano salendo allegri lungo le rocce scaldate dal sole del mattino mentre io mi affrettavo a rendere il terrazzino libero dai segnali fin troppo evidenti di quello che era successo a quel povero disgraziato.
Dal mio zaino avevo tirato fuori un sacchetto di plastica dove avevo buttato dentro tutto quello che c’era, dopo essermi infilato dei guanti di lattice, di quelli da chirurgo, che ho sempre un una piccola borsetta assieme a poco materiale di primo soccorso. Lo straccio bagnato, che poi scoprì essere una felpa di cotone, lo usai per assorbire tutto il liquido rosso che colmava le rientranze a mo’ di vaschette, spremendolo più volte dentro una fessura come quando si asciuga per terra a casa dopo che qualcosa ha allagato il pavimento.

 

Buttai alla fine la felpa straccio nel sacchetto e richiusi tutto nello zaino che rimisi in spalla.

Giancarlo  e Cecilia arrivarono pimpanti e io ripartii svelto per il resto della scalata, da lì, ancora lunga.
Una cosa simile l’avevo vissuta anni prima sul Petit Dru nella valle di Chamonix, quando con Giorgio, amico di milleuna avventure ci eravamo imbattuti nei segni di un alpinista precipitato da parecchi metri che aveva lasciato dei macabri resti proprio sugli appigli che avevo dovuto pulire al mio passaggio, tra cui un bulbo oculare, che sembrava guardarmi e che mai ho dimenticato.
Il tempo e le esperienze aiutano a metabolizzare un po’ tutto, ma quando ci ripenso qualcosa dentro mi pulsa veloce.
Quel giorno d’agosto sulle mie Dolomiti, infatti vivo proprio lì, riuscii a distrarmi pensando a quello che avrei dovuto fare nei giorni seguenti e, anzi, quello stesso pomeriggio un’altra persona mi aspettava al rifugio Lavaredo per fare un’altra scalata lunga e più difficile: la via Comici sulla nord della Cima Grande, che finimmo al tramonto scendendo lungo la via normale di notte.
Per fortuna al ritorno guidò la macchina il mio cliente mentre io dormivo e lui comprò due gelati da Rubens a Cortina per poi proseguire fino a Corvara e mollarmi davanti a casa come quando i corrieri buttano all’alba il pacco dei quotidiani dal finestrino davanti alle edicole ancora chiuse.

Una doccia lunga e poi qualcosa da mangiare prima di infilarmi a letto mentre tutti, la mia fidanzata e mio figlio Tommaso di quasi un anno, dormivano della grossa.

Sveglia poche ore dopo, colazione con tazza e biscotti tra le gambe mentre guido il mio pullmino Volkswagen verso la Val di Zoldo per arrivare ancora al buio, dopo una buona mezz ora di cammino, al rifugio Coldai ai piedi del Civetta. Ho sempre detestato dormire nei rifugi preferendo poche ore di sonno ben dormite all’intera notte a rischio di canti di ubriachi e similia. Il mio cliente è già sveglio e facciamo colazione insieme, per me è la seconda, chiacchierando su progetti futuri e sulla via che di lì a poco avremmo salito. La Via Aste Susatti sulla parete nordovest.
Ero sudato dalla corsa fatta su per il sentiero ma non ero stanco. In quegli anni tra età e passione  mi sentivo indistruttibile. Più gli sforzi si sommavano più energia avevo, il contrario di quello che mi succede ora, e accumulare prestazioni alpinistiche era uno stimolo che mi dava un gran piacere. Svegliarsi al suono della sveglia era a volte uno shock ma appena iniziavo a muovermi tutto funzionava a meraviglia e bastava una doccia a rimettermi in sesto. Che bello che era.

 

Partiamo che è ancora buio pesto e l’alba ci sorprende già alti sul lungo e facile zoccolo roccioso di ca. 300 m che fa da base alla Punta Tissi, una torre alta 800m sul cui bordo destro sale la nostra via. Basta poco per accorgermi che siamo sulla torre sbagliata, il Pan di Zucchero, ma continuiamo a salire velocissimi perché oggi vorrei tornare a casa non troppo tardi, poi vi dico perché.
Finito il tratto facile inizia la torre verticale, la roccia è solidissima e una fessura diagonale, inesistente sulla via Aste, ci porta verso sinistra in piena parete. Poi delle lunghezze con chiodi a pressione, sempre su roccia bella, ci fanno arrivare in un camino che sbuca sulla cresta di vetta. Sono le undici del mattino e alle due siamo al rifugio. Scopriamo che abbiamo fatto una delle poche ripetizioni della via dei Polacchi che è molto più dura di quella che dovevamo fare e quindi il mio cliente è ben felice di ciò. Invece delle 12 ore che indica la guida Kelemina ci abbiamo messo la metà e io ho salito tutta la via in libera e sono contento della mia prestazione.

 

Dopo un radler grande corro a casa dove finalmente riesco a cenare all’ora giusta. L’indomani mattina mi aspetta Nando per la Cima Scotoni. La via degli Scoiattoli è una delle classiche dolomitiche più ambite perché è difficile e famosa per la sua bellezza e sostenutezza nell’arrampicata, l’ho salita qualche volta, la prima a 18 anni con gli scarponi rigidi e pesanti il giorno del mio compleanno. Nel 1987 con Marco l’abbiamo salita in un'ora e tre quarti in cordata, credo sia ancor oggi il record su quella via, ma poco importa, oggi, il 23 agosto 1990 è il primo compleanno di mio figlio Tommaso e voglio arrivare a casa in tempo per la festa per cui sono arrivati anche i miei genitori dalla Sardegna.

Il primo tiro di corda è il più difficile. Negli anni ’80 era una sfida salirlo in libera e in pochissimi ci riuscirono a causa della difficoltà e dei chiodi malsicuri. Ottavo grado (7a) senza spit!
Parto entusiasta perché oggi è un giorno significativo, vista la ricorrenza, salendo il tiro in libera con in spalla uno zaino leggero, ma pur sempre un impedimento notevole per superare quelle difficoltà.
Il mio compagno non crede ai suoi occhi, io invece ci credo, mi sembra normale che mi riesca di avere tutta quell’energia. Mi dice che non ha mai visto nulla di simile e che non credeva possibile fare una cosa così… Perché gli dico? Non mi è sembrata neppure troppo dura, mentre riparto veloce per il tiro successivo dove raccolgo tre stelle alpine da un buco che porterò a Tommaso come regalo e che ancora oggi ha in camera sua in un quadretto che stranamente mi inorgoglisce ogni volta che lo vedo.
Nel primo pomeriggio siamo in paese e arrivo in anticipo per la festa aiutando per i preparativi.

 

Tra torte e giochi mi metto d’accordo al telefono per la salita del giorno successivo. Ora non ricordo quale fosse, ma se vado a vedere in un quaderno su cui mi scrivevo tutte queste cose, lo scopro facilmente.
Dopo avere raccolto la felpa insanguinata tre giorni prima e averla messa nel sacchetto con tutte le schifezze che c’erano su quel terrazzo di roccia, l’avevo tirata fuori dallo zaino a casa e invece di buttare tutto nella spazzatura avevo messo la felpa in lavatrice dopo averla strizzata per bene.
Ne venne fuori pulita e l’aria vissuta che aveva me la fece piacere subito tanto da usarla un sacco di volte e tenerla come una specie di amuleto.
Tutta la vita che le ho fatto fare le sarà piaciuta mi sono sempre detto. Se apparteneva a uno scalatore le ho fatto fare un mucchio di belle vie portandola in un sacco di posti dall’Himalaya alle Ande, dai deserti dell’ Africa all’Artico. Tutti bei posti. Sarà contenta, come lo sarebbe il suo padrone.

Questa vita mi piaceva e tutt’ora mi piace. Con gli anni ho rallentato fisiologicamente e mentalmente perché le soddisfazioni che ho provato sono state sufficienti a non farmene cercare altre. Per farla ho dovuto essere pragmatico, idealista e fermamente convinto di farcela pensando che non ce l’avrei fatta solo se non l’avessi vissuta così. Questo mi ha portato ad avere  una visione dell’esistenza spesso estrema che mi ha creato non pochi problemi di relazione con molte persone.
Vivendo così non si può pensare ai fronzoli, non ci sono né tempo né bisogno e tutto quello che è utile è davvero poco. Tutta la mia vita è stata influenzata da questa visione delle cose per cui ai miei figli cerco di spiegare che la vita è così. Che non bisogna scalare per vivere ma badare all’indispensabile e nulla più, si. Non capiscono facilmente perché loro non vivono come vivevo io vent’anni fa e a volte non capiscono perché io non abbia bisogno di una bella macchina, di vestiti alla moda, di vacanze patinate o di anche attrezzatura ultimo grido per andare in montagna.

Per salire le montagne si va contro la forza di gravità e più leggeri si è, meglio è. Si va più veloci, sicuri e agili e lasciare giù tutto quello che non serve è il minimo, se non si vuole rischiare di fare notte sotto le stelle ogni volta. Alcuni lo fanno, ma non si divertono di solito.
Insomma bisogna togliere anziché aggiungere e inevitabilmente si fa lo stesso anche nella vita di tutti i giorni privando chi ti sta vicino di tante cose che per me sono inutili ma magari per l’altro no.

Come fare?

Marcello Cominetti

Marcello Cominetti
Guida alpina di Arabba Livinallongo

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