Quando il volontariato fa concorrenza al professionismo
Come creare disoccupazione
16|02|2011
Mi chiamo Francesco, ho vissuto a lungo a Belluno e da qualche anno vivo in val di Zoldo. Sono diventato guida alpina circa sette anni fa. Ora ne ho trentadue.
Da allora sto cercando di vivere del mio lavoro. Lavoro bello e impegnativo.
Pochi conoscono bene la realtà di questo settore. E’ un ambito abbastanza ristretto di persone, in Veneto siamo circa cento, e quindi anche l’indotto da noi creato è abbastanza limitato se confrontato con altri flussi economici e sociali.
Tuttavia la nostra professione, perché di professione si tratta, è spesso collocata da comunicazioni sociali, pubblicitarie e istituzionali come un tassello importante per la vita turistica e sociale delle aree montane e come attività assai utile al radicamento degli abitanti alle terre in cui abitano attraverso la frequentazione dell’ambiente naturale circostante.
Altro aspetto fondamentale è certamente quello della sicurezza e prevenzione in montagna, dove le guide svolgono di sicuro un ruolo di primo piano.
Quindi sembrerebbe proprio una professione incentivata e tutelata dalle istituzioni e dalla società in genere, come lo dimostra il fatto che i corsi per diventare guida sono pagati per gran parte a fondo perduto dalla regione. Una professione di riguardo, quindi.
Succede però che ad operare nello stesso campo ci siano anche altre realtà di diversa natura.
Affiancati, e spesso in piena concorrenza con la nostra attività, si trovano numerose associazioni, club, federazioni e chi più ne ha più ne metta, che offrono molto spesso servizi simili o uguali ai nostri, con riconoscimenti per gli istruttori, accompagnatori e organizzatori di competenze del tutto simili alle nostre. La maggior parte di queste associazioni sono di carattere volontaristico, e altre hanno ambiti lavorativi in campi simili. La nostra è riconosciuta come unica professione per quanto riguarda attività alpinistiche.
È quindi chiaro che in un ambito lavorativo, quale è il nostro, tale situazione sia difficilmente sostenibile. Infatti professionisti offrono servizi e prestazioni a pagamento, ma quasi tutte le attività che noi proponiamo sono proposte anche da tutte queste altre realtà che prima menzionavo. Quasi sempre, per via della loro aspirazione volontaristica, la loro offerta viene proposta a costi inferiori ai nostri. Si noti che i prezzi sono inferiori non assenti!
Se questa fosse normale concorrenza tra persone che offrono lo stesso servizio partendo dalla stessa base, allora il tutto filerebbe. Del resto la concorrenza fa parte delle leggi del mercato.
Il problema che quella che si configura è una vera situazione di concorrenza tra attività proposte da professionisti e attività proposte da volontari. Volontari che fanno concorrenza a professionisti. Professionisti che devono fare i conti con la concorrenza di volontari. A mio avviso un tipo di situazione totalmente scorretta. Non è possibile una cosa simile in ambiti lavorativi.
Immaginatevi se ci fossero medici volontari che curassero, qui da noi, malati a puro titolo volontaristico, senza alcuna retribuzione, solo per il piacere di farlo…e questi fossero molti di più dei medici professionisti…
Immaginatevi molte case farmaceutiche che offrissero medicinali gratuitamente…
Avvocati così filantropi da assisterci solo per il piacere di farlo…
Banche e assicurazioni che non inseguissero un fine di lucro…
Potrebbe essere quasi un mondo perfetto!
Ora mi chiedo, perché invece questa situazione nel nostro ambito è così frequente?
Perché persone, che molto spesso fanno lavori ben pagati o comunque in ambiti totalmente diversi da quello dell’alpinismo, si devono mettere a fare concorrenza alla nostra categoria? Perché non attuano questa loro aspirazione volontaristica nei loro ambiti lavorativi? Anzi, molto spesso fanno il contrario, difendendo a spada tratta i loro diritti di categoria, e per quanto riguarda i nostri, invece, poco importa.
Che logica è questa?
Solo perché hanno una qualche passione e del tempo libero.
E le istituzioni, che prima incentivano la nostra attività, molto spesso poi la affossano dando credito a questi volontari che in molti casi concorrono gomito a gomito con noi professionisti, con dinamiche proprie della concorrenza più spietata a scopo di procacciarsi clienti.
Ma perché? Perché prima incentivare un’attività e poi ostacolarla con qualsiasi mezzo?
Oltre tutto per diventare guida alpina è richiesta una formazione lunga e impegnativa, circa 120 giorni tra corsi ed esami, e per diventare istruttori di una qualsiasi altra di queste realtà alternative, quando richiesto, bastano un paio di giorni o poco più.
Immaginatevi medici volontari che hanno fatto pochi esami all’università che concorrono in ambito lavorativo praticamente alla pari con medici regolarmente laureati e specializzati. Tanto sono bravi anche loro, sono simpatici, affabili con i pazienti, e per i casi non gravi riescono a svolgere il loro compito egregiamente, e forse anche qualcosa di più.
Questo è solo un esempio, ma va da se che i casi citabili sono innumerevoli.
In una società come la nostra, che nel bene o nel male è fortemente vincolata al conseguimento di titoli di specializzazione, si permette a persone con preparazioni di gran lunga differenti di fare lo stesso lavoro. O meglio diciamo attività, perché per molti di questi, che non sono guide, non di lavoro si dovrebbe trattare.
Questa mia lettera è maturata dal fatto che ormai è da diversi anni che cerco nel mio ambito di collaborare con queste altre organizzazioni. Non capisco neanche bene, a dir la verità, perché dei professionisti debbano scendere a patti con dei dilettanti, ma la situazione attualmente e questa e quindi così bisogna muoversi.
Dopo diversi colloqui, richieste e altro la risposta è sempre la stessa: “queste cose le facciamo noi e guai a chi ce le tocca! La legge ce lo permette, e anche se quello che dici ci pare giusto, comunque continuiamo a fare noi lo stesso, che cambino le cose dall’alto prima”.
Nessuno si vuole prendere la briga di alzare un dito per indirizzare questa situazione verso binari più equi per tutti. E magari queste persone sono le prime che poi si lamentano di molte delle situazioni attuali, non giuste, e pensano che se loro un giorno potessero decidere, loro si che cambierebbero per il meglio! Sì, ma quando possono farlo davvero lasciano stare. Tanto…il mondo è pieno di ingiustizie, una più o una meno non cambia. Queste persone confondono a loro piacimento e per loro comodo la legalità con la verità, asserragliandosi dietro a quello che la legge permette loro di fare, salvo in altri casi, magari, auspicare un mondo più giusto per tutti dove invece la verità sia la legalità…
Mi rendo conto che con questa lettera sto generalizzando, e ciò non è sempre giusto. La situazione generale sulle nostre Alpi italiane è questa, ma ci sono anche numerose altre realtà che si muovono in maniera diversa se non opposta. Associazioni che fanno davvero lavorare i professionisti nei loro ruoli mettendo da parte i volontari, perché fin quando un servizio può essere offerto da un professionista competente e preparato non è giusto che venga posta in essere una situazione di concorrenza tanto sleale.
Spesso mi viene fatto notare che noi guide siamo care, più cari di loro. Non è vero. Innanzitutto la nostra è un’attività svolta da professionisti altamente specializzati, ed in secondo luogo di sicuro una maggior richiesta non farebbe altro che creare un abbassamento dei costi per chi vuole frequentare un qualsiasi corso. Anche questa è una legge del mercato, se non sbaglio. Ci sono comunque innumerevoli casi in cui le offerte di guide alpine hanno gli stessi prezzi, se non inferiori, a quelli di altri che guide alpine non sono.
In questi anni mi è capitato di confrontarmi e a volte anche scontrarmi con persone che rappresentano questo genere di associazioni. Non mi pare corretto qui ora fare nomi e cognomi. Mi riferisco comunque a situazioni presenti e fortemente radicate in val Belluna e zone limitrofe.
Volendo analizzare un ambito diverso, ma del tutto simile per ambientazione e dinamiche, si prenda esempio dai maestri di sci.
I maestri insegnano a tutti quelli che vogliono imparare a sciare. Bambini e adulti, principianti e chi si vuole perfezionare. Tutti gli enti e associazioni si rivolgono ai maestri. Scuole, sci club e così via. Non passa a nessuno per la testa (volontari) di andare a svolgere questa attività, perché c’è già una categoria deputata a farlo. E su questi argomenti sembra che siano tutti d’accordo.
Gli sci-club, per inseguire i loro scopi associativi, si affidano a maestri professionisti. Gli sci-club organizzano i corsi, i professionisti li svolgono materialmente, gli sci-club formano le squadre agonistiche e gli allenatori le allenano.
Perché non agire in questo senso anche per la nostra categoria? Tanto più che nel nostro ambito spesso i rischi sono molto più presenti e tangibili. Appendersi con corde a molti metri di altezza, valanghe, sono solo alcuni. Ai maestri, e solo a loro, si affidano tutti, perché sono i più preparati, e invece per insegnare attività legate all’alpinismo sono buoni tutti o quasi. Bastano un paio di giorni di corso, un foglio di carta e poi abili tutti.
In questo, scusate, ma ci vedo tanta invidia e voglia di affermare il proprio ego, a scapito di professionisti che vorrebbero svolgere in maniera legittima e dignitosa il loro lavoro, come tutti gli altri. Persone che per qualche giorno all’anno si vogliono sentire molto più “eroi” di quello che invece sono in realtà agli occhi di principianti alle prime armi. Bene inteso, non tutti, ma molti!
In molti paesi europei, che non siano il nostro, o nelle nostre regioni autonome, la situazione non funziona così. Non c’è questa forma di concorrenza sleale. Questo da una parte è consolante perché si spera che pian piano anche da noi le cose gireranno per il verso giusto per la nostra categoria.
Sì, ma quanto piano? Se le cose andranno troppo per le lunghe quante altre guide stenteranno a lavorare e si troveranno disoccupate? Le cose vanno cambiate adesso!
Ci si preoccupa, a ragione, quando intere categorie sono a rischio di perdere il lavoro, si pensi agli impiegati nel settore dell’occhialeria, e si cerca di trovare delle soluzioni.
La nostra è una categoria di certo più piccola, ma esiste, e i nostri problemi sono reali ed attuali.
Quando qualcuno deciderà, in modo concreto e in tempi non biblici, di aiutare anche noi?
E di aiuto vero noi non ne avremmo neanche bisogno, a noi basterebbe essere messi nelle condizioni di lavorare in un ambito sereno e corretto, senza questa continua concorrenza sleale e in molti casi in una vera e propria situazione di astio.
Non è molto, ma spero che con questa lettera almeno qualcuno apra gli occhi riguardo a questa situazione, e poi chissà…
Francesco Fazzi



